ABU DHABI: LUCI, OMBRE E CIAMBELLE

di Veronica Vesco
Fernando Alonso
Lewis Hamilton
Sebastian Vettel
Kimi Raikkonen
Quattro Ruote
Ritratto di veronica

Quelle di Abu Dhabi sì che sono ciambelle riuscite! E non per via del buco rappresentato dai mesi di attesa per la prossima stagione.  Piuttosto perché, con la loro forma, abbracciano tre storie e riescono a riempire un vuoto. Il vuoto di umanità che per anni ha farcito la Formula Uno. E invece guardali lì: tre ciambelloni perfetti. Uno rappresenta la vittoria, L'altro la rivincita, il terzo la memoria. Insieme in un fumo che avvolge tanto arrosto, la carne al fuoco che ha nutrito più di un decennio di sfide. Dolci, amare, gustose. Vera manna per gli insaziabili. Nutrimento per chiunque ami questo sport. E la parata di Abu Dhabi racconta molto di più della fine di un campionato. Parla di rispetto. Parla di uomini. E al diavolo le polemiche sui fori aperti o chiusi, sulle doppie batterie, sui piloti scarichi. Qui è l'ora degli eroi. Di chi ha vinto con merito. Di chi ha saputo perdere con onore. Di chi lascia mettendoci il cuore.

Sullo sfondo luci sfarzose, nababbi in vacanza che si commuovono versando lacrime vere. Così copiose da far concorrenza alla pioggia. Già perchè nell'orchestra perfetta ordinata dai sultani non poteva mancare il concerto del cielo. Che ha deciso di elargire, qua e là, qualche goccia innocua, indifferente al destino di un mondiale già deciso, diversivo imprevisto tra mare e deserto. Sufficiente per amalgamare addii che sanno di arrivederci, saluti serafici, mesti abbandoni, parabole ascendenti di astri nascenti. 

Polvere di stelle. O più semplicemente polvere. Povere storie senza lieto fine, come quelle che riguardano Sirotkin, Vandoorne, Hartley, Ericsson: costretti all'esilio o al riciclo. Storie di brillanti ritorni da mille e una notte, come quello di Robert Kubica, finalmente titolare, uscito a riveder le stelle dopo anni di inferi. Storie di addii poco convinti, obbligati e necessari, che costringono lo sguardo e le ambizioni verso altri lidi e altri mondi, verso altri allori, come nel caso di Alonso. Storie di amori che ritornano e non finiscono, Venditti docet, come la presenza di Raikkonen, già due volte votato all'abbandono. Già due volte ritrovato, senza bisogno di condono. Storie di nuovi arrivi mirabolanti, di promesse scoppiettanti, vestite di rosso, di bianco o di blu. Leclerc, Norris, Russel, Albon. Nomi nuovi per l'anno nuovo. Scommesse in attesa di riscossione.

E poi naturalmente riscosse. Quella necessaria di Vettel, utile a cancellare il suo anno balordo, speso tra i bagordi dei testacoda e i rimorsi per le magre imprese. Quella attesa da Ricciardo, sacrificato secondo, che vuol tornare a mostrare i denti per mordere e non per giustificare sorrisi di circostanza. Quella predestinata di Verstappen, che attende una macchina all'altezza, perché lui, al netto della simpatia, è uno destinato a volare alto. In mezzo a tutti loro Hamilton, immenso e irragiungibile. Fa incetta di pole e di vittorie, grazie ovviamente alla macchina perfetta, ma soprattutto grazie alla perfezione della sua maturità agonistica. Poche parole da spendere. Troppa grazia da commentare. In attesa di chi riuscirà a metterlo in croce, lui sul podio mostra orgogliosamente la sua croce. In barba agli sceicchi e ai protocolli. Il re è nudo, il re si spoglia. Ma per spogliarlo della vittoria servirà molto di più di un siparietto celebrativo. Intanto rende onore all'avversario, lo giustifica e lo sprona. In attesa di un 2019 da sicuro protagonista. In attesa di una battaglia finalmente al limite.

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