BAKU: CASTELLI IN ARIA

di Veronica Vesco
Charles Leclerc
Sebastian Vettel
Valtteri Bottas
Lewis Hamilton
Daniel Ricciardo
Quattro Ruote
Ritratto di veronica

A Baku il buongiorno si vede dal tombino. E che si tratti di cose infime, in fondo, lo potevamo capire fin dal venerdì. Un preludio comico, di fantozziana memoria, che pare il grottesco sipario a un Gran Premio già deciso. Ma che purtroppo ci ha illusi di essere al cospetto di una moderna fiaba. Del resto gli elementi sembravano esserci tutti. C'era il castello, antico, dalle mura possenti. C'era la principessa ribelle da salvare, con la sua chioma rossa,non proprio lucida perchè è noto che le cure dimagranti non si accordino con le chiome fluenti. C'erano addirittura due principi. Uno giovane, nato proprio sotto alle reali insegne. Designato e destinato, abbonato al titolo di predestinato. L'altro che la sua nobiltà se l'è conquistata a sorsi di bibite. Quattro sbornie per l'esattezza. E che ora attende il quinto giro, con un Bloody Mary che il cameriere pare aver scordato, per non sentirsi decaduto. 

C'era una volta... Un re? Diceva un famoso scittore. E subito ci ammoniva, ci indirizzava a guardare la realtà. Non principi e non re. Solo un pezzo di legno. Neppure di quelli pregiati. Di quelli che normalmente si usano per accendere il fuoco. E la nostra principessa rossa il fuoco lo accende, certo. Ma troppo spesso ormai si tratta di un fuoco fatuo. La vediamo quindi brillare al venerdì, a dispetto degli inconvenienti, degli incidenti, delle gru e del tempo che fu. Perché lei vola alto. Sopra ai tombini e sopra alle critiche. Ci fa sperare che, finalmente, la volta buona stia arrivando. Per via del rettilineo, dove può correre a briglia sciolta, per via del riscatto, che nessuno ha pagato, ma che tutti sovvenzioniamo, manco fosse il debito pubblico. Eppure sì, stolti e bifolchi, ci crediamo ancora. Crediamo alla nostra nobile che nel frattempo si è fatta sirena e che ci irretisce con il suo canto, l'eterno inganno.

Poi arriva sabato. Il preludio. La principessa rinchiusa in soffitta attende il principe, con tanto di pennacchio al vento, che sguaina la sua spada. Sta lì, imprigionata sulla torre, come una Julia Roberts 2.0. Ma a zero si ridurranno le sue aspettative, perchè la sua canzone maliarda ha offuscato il navigante più atteso, lo ha travolto e lo ha dissolto, spiaccicandolo contro il castello. Charles il principino perfetto ha mostrato il difetto, il suo lato umano, e non potrà salvare nessuno, a parte se stesso. Sebastian ci prova, ma non può, non riesce. La pista amica diventa un regno di ghiaccio dopo l'infinita interruzione, dopo quella doppia incornata che rende le mura simili a un muro del pianto. Kubica e Leclerc si sono sacrificati a modo loro. L'uno prossimo al commiato, l'altro prossimo a un futuro radioso. Oggi accomunati da un errore come tanti. Che fa male, che innescherà altri mali. Sul viale del tramonto infatti fa capolino la luna argentea. E quindi d'argento si tinge non solo la sera, ma anche la prima fila. Una luna immensa, rotonda, come il volto neobarbuto del poleman Bottas. Una luna riflessa, più scura, che mostra l'altra faccia, quella di Hamilton. Poi resta poco. Le briciole di Seb, terzo al via. I rimpianti di Charles che animano mille forse, immensi chissà.

Domenica suona la fanfara. Potente e possente. Un'alternanza di squilli di tromba e di note cupe, adagiate sui colori delle gomme gialle o rosse, un'armonica fatta di speranze sublimabili in molteplici safety car, una melodia che parla di un accordo, di un ricordo, di una staccata memorabile. Invece la partenza scivola, scivola via per le rosse, con Charles che annaspa, pattinando troppo, sulle sue medie troppo cool e arretra al posto di rimontare. Con Seb che resiste, senza poter attaccare, senza grip e senza mordente. Assiste impotente alla battaglia Mercedes, con Hamilton che prova a prendere il toro per le corna, ma poi si accontenta di guardargli la coda. Con Bottas che scodinzola, finalmente in testa, e con la testa del vincitore. Poi le strategie, singhiozzi malati di una bestia ferita. Leclerc dapprima imbattibile su gomme gialle, che colleziona giri veloci, a dispetto dei giusti. Che colleziona sorpassi per far capire che lui è quello giusto. E i pit stop come giri di valzer di questa festa arcana, che invertono le situazioni, che innescano competizioni. E invece sono noiosi come un minuetto. Prevedibili, descrivibili, ineluttabili. Tranne che per Charles. Lasciato solo a combattere il drago sulle sue tele. Peccato che non gliele abbia confezionate Penelope. Infatti sta lì, a lottare con i Proci, con i prodi, con le prede. Ma non vedrà la sua Itaca dal podio e la sua zattera gli porterà unicamente la mera consolazione di un giro veloce, ottenuto in extremis, proprio prima di affondare.

Il vero affondo, manco a dirlo lo fanno le frecce. Quarta doppietta di fila per la vera nobiltà che conta, quella che fa entrare nella storia. il reseto della storia, appunto, riparte dall'incipit, con la medaglia di legno. Perché il podio di Seb fa media con il quinto posto di Charles e proprio non si riesce a sorridere. Sorride meno anche Ricciardo, arretrato per una retromarcia incauta, troppo indietro rispetto a ciò che si aspettava, troppo in fondo rispetto alle aspettative. Sorride sempre Verstappen, abbonato a fare il terzo incomodo oppure il quarto scomodo, a seconda del tracciato. Sorrisi tirati in casa Ferrari, perché se ancora non si può ammettere la sconfitta, parlare di speranza sembra ormai illusione. Ora si guarda alla Spagna. Chi salverà la principessa Ferrari dalla furia del Toro di Montmelò? In attesa di un vero matador possiamo sempre costruirci qualche castello in aria.

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