CANADA: I MILLE VOLTI DI UN GRAN PREMIO

di Veronica Vesco
Sebastian Vettel
Max Verstappen
Lewis Hamilton
Kimi Raikkonen
Fernando Alonso
Quattro Ruote
Ritratto di veronica

Canada significa Gilles, passione, follia. Canada vuol dire immediatezza, impazienza, empatia. Canada è anche ricorrenza, con la 312 T3 del 1978 di Villeneuve, che un insolitamente commosso Jaques mette in pista per l'unico momento davvero emozionante di questo gran premio. Il resto è Vettel con la sua vittoria indiscussa, con il suo tributo ai grandi, mentre entra di diritto tra i grandi della Ferrari. Lo fa senza troppo clamore, canticchiando e saltellando certo, ma evitando di rubare la scena, in una gara apatica dominata in maniera magistrale. Il suo celebre ditino in aria qui sembra meno chiassoso, quasi fosse un segno di silenzio, di rispetto per qualcosa che é immenso e che lui può solo sfiorare.

Canada chiama Hamilton, gli lancia la sfida, lo invita a eguagliare un record. Ma Lewis nulla può, con la sua Mercedes strozzata che deve fare i conti con un motore esausto e con un consumo di carburante da monitorare. Un lottatore che ha dovuto tirare il freno a mano sulla pista che ama e che l'ha consacrato. Un gladiatore che ha dovuto arrendersi alle assurde regole di una Formula 1 sempre più insensata.

Canada è anche riscossa, o meglio redenzione, per l'efferevescente, eccessivo Verstappen. Dopo le esuberanti esternazioni della conferenza stampa, stupide e strafottenti, riesce a dimenticare le polemiche e a ritrovare le sue doti, sia in qualifica che in gara, siglando un weekend finalmente vincente, incredibilmente concreto. Non è contento Max. Non è nelle sue corde abbandonare l'aggressività, non cedere al guizzo. Ma si regala un podio e mette a tacere la pioggia di critiche che l'hanno ammorbato nel corso di queste settimane.

Canada è sentenza, impietoso confronto. La pista emette il verdetto su Raikkonen, indipendentemente dai guai a luci rosse che l'hanno coinvolto in questa terra due anni or sono. Il giudice più severo è il tracciato, che sembrerebbe nelle sue corde, ma che lui non riesce più ad interpretare. Un errore decisivo in qualifica e una gara spenta. E dire che continua ad illuderci. Di essere tornato, di essere ancora un campione. E invece puntualmente ci fa ricredere. Per una distrazione, per una mancanza, per un episodio sfortunato. Tiene in pista una rossa sbiadita, senza mordente e si accontenta di sbagliare la partenza e di non attaccare l'avversario in difficoltà. Certo il motore non è quello evoluto e forse il pit stop gli ha tolto un secondo, ma di certo Kimi ha perso la grinta e ha dimenticato come si conquista un vittoria, perché si conquista una vittoria.

Canada purtroppo è anche condanna. Di quelle impietose e lapidarie, che sgretolano ogni speranza. La pista è esigente e non bastano compromessi e talento. Non basta Alonso con la sua tenacia, con la sua audacia. Dalla qualifica alla gara è un infinito calvario, conclusosi nel singhiozzo di uno scarico rotto. Nessuna speranza di tornare al top e la certezza dell'ennesima scelta sbagliata. Meglio migrare verso altri mondi, verso altre competizioni. La formula 1 per lui è game over e non servirà una sibillina dichiarazione d'amore per riportarlo in una monoposto che conta.

Canada è leggerezza, sincerità, conquista. E' una bandiera a scacchi sventolata inconsapevolmente prima del termine della gara. E' la candida ammissione di Stroll, che fa mea culpa per l'incidente, nonostante sia l'idolo di casa. E' la continua affermazione del giovane LeClerc, che sembra non soffrire la pressione del predestinato.

Canada è simbolo, indipendentemente da quest'edizione un po' sottotono. Perché a saperlo guardare al di là degli occhi miopi del tifoso occasionale, offre sempre uno spunto, un sussulto, una vibrazione. Salut Gilles.

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