CANADA: IN QUESTO MONDO DI LADRI

di Veronica Vesco
Sebastian Vettel
Lewis Hamilton
Charles Leclerc
Daniel Ricciardo
Quattro Ruote
Ritratto di veronica

Se Parigi brucia con la sua Cattedrale anche il circuito del Canada, posto sull'omonima isola di Notre Dame, non vuole essere da meno e ci offre un gran premio davvero infuocato. La prima fiammata si registra al sabato, quando Vettel ruba la pole ad Hamilton. Le vere scintille invece vanno in scena domenica, dopo che Lewis scippa la vittoria a Sebastian. Ma vediamo di fare chiarezza all'interno di questo tribolato weekend. I colpi di scena iniziano già al venerdì, con Hamilton che inaspettatamente s'inchina al muro dei campioni, baciandone l'intonaco come si fa in segno di reverenza verso le autorità. Incidente senza particolari conseguenze per lui, che anche quando sbaglia riesce a farlo con misura. Oltre misura, per una volta, sembrano essere invece le prestazioni della Ferrari che, dopo una mattinata non brillante, si ritrovano inaspettatamente al vertice. L'ora d'aria del sabato si dimostra anch'essa particolarmente positiva, fruttando l'inaspettato bottino di una virtuale prima fila che potrebbe essere replicata di lì a poco. Sulle tribune già sventolano vessilli rossi e cavallini gialli, in previsione di un colpaccio che finalmente possa far riottenere il maltolto.

Qualifiche inaspettatamente emozionanti quelle canadesi. La prima detonazione suona in casa Red Bull, con Verstappen clamorosamente eliminato. Gli strateghi di Milton Keynes trafugano le brillanti intuizioni del muretto Ferrari e, copiandole, si ritrovano irrimediabilmente fuori dai giochi. Senza giocare sporco Ricciardo si appropria di un quarto posto capace di fargli ritrovare il sorriso. Ma i sorrisi più gioiosi appartengono a Vettel, che riesce a depredare la pole provvisoria di Hamilton, centrando la prima partenza al palo della stagione. Leclerc invece non riesce a fare il palo, così invece di proteggere la fuga del compagno, si ritrova terzo e pronto all'inseguimento di Lewis.

La gara si avvia senza riservare particolari palpitazioni. Vettel braccato, Hamilton che insegue da vicino, come nella migliore tradizione di guardie e ladri. Leclerc fatica a tenere il passo, ma mantiene la terza piazza, augurandosi che non gli venga sottratta dall'ennesimo colpo di testa di Rueda. Il pit stop conferma le posizioni dei contendenti, anche se il gap di Hamilton inizia via a via ad assottigliarsi, grazie all'ottimo feeling con le mescole dure. Ma si conferma anche l'attitudine a confezionare strategie fantasiose per il povero Charles, abbandonato ancora una volta al suo destino, in pista per troppi giri con gomme troppo usurate. Il monegasco resta in attesa di una comunicazione radio, di una soffiata, di un pizzino attaccato alla zampa di un gabbiano, ma nulla da fare. Si sono dimenticati di lui.

Il fattaccio arriva come un fulmine a ciel sereno dopo giri d'inferno in cui Sebastian tenta di resistere all'arrembaggio di Hamilton, sempre più prossimo, sempre più pressante. Al giro 48 succede un quarantotto, con Vettel che va largo in curva tre, riesce a riprendere la pista con la vettura scomposta, tagliando involontariamente la strada a Lewis. Lewis che ama il rischio, che invoca la battaglia. E invece spara alle spalle chiedendo immediatamente di penalizzare la Ferrari, colpevole del reato di lesa maestà. Hamilton delatore, che sta dalla parte degli sbirri. E gli sbirri che rispondono comminando la sanzione, imprigionando Seb tra le maglie di quei 5 secondi di penalità che gli toglieranno la vittoria. 

L'Ile de Notre Dame diventa come Alcatraz la sede di un carcere duro e Vettel si propone come capo di una rivolta. Si rifiuta di consegnare la sua Lina sotto al podio, nel luogo a lei destinato, e la abbandona lontana dalla piazza d'onore. Trafuga il cartello con il numero 1 e lo scambia con quel 2 che gli va stretto, ristabilendo l'unica gerarchia che riconosce. Saranno altre beghe, altre sanzioni. Non importa. Bisognava lanciare un segnale. Come quella bandiera rossa, che sventola a Maranello in segno di vittoria. Come il ricorso Ferrari che vola verso i tribunali deputati. Perché accettare passivamente significherebbe che a perdere più di tutti siamo noi tifosi, ai quali hanno rubato lo spettacolo della Formula 1.

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